MAD(e) IN CHINA (Splinder edition)

Chi sono

Utente: flavioponzio
Nome: Flavio Ponzio

Commenti recenti

Archivio

oggi
--- 2006 ---

Categorie

Links

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
domenica, 27 agosto 2006

Sogni di Pekino 2: 3 RISVEGLI + 1 TRISTE

1 - Freddo

 

Ho sentito un colpo alla porta? 

Apro gli occhi. Ho freddo. Il cuscino è umido e il fiato si condensa a pochi centimetri dal mio naso. Sono avvolto dentro il sacco a pelo, la maglietta sudaticcia.

La casetta di legno è rischiarata da lamate di luce bianca e azzurra che passano dalle persiane accostate, dal buco della serratura e da uno slargo della porta un po imbarcata.

Il termosifone elettrico è impostato al minimo e cionondimeno ha la lucetta rossa accesa, segno che sta tritando mille e passa watt per rendere la temperatura idonea alla presenza umana.

Richiudo gli occhi meccanicamente.

 

Sento un colpo alla porta.

Questa volta l’ho sentito. Salto giù dal letto incurante del freddo.

Giro la chiave nella serratura e vengo accecato dalla luce al laser del mondo esterno.

Sono scalzo e in mutande, la maglietta spiegazzata copre a mala pena le vergogne,

mentre metto a fuoco una faccia dentro un cappuccio, sento un naso di cane che mi annusa le palle, pardon due nasi dietro i quali si srotolano due cagnacci lupigni, una corda e in fine mastro gerry .

Ciao gerry arrivo subito.

Fischio di risposta.

Le birre e gli eccessi di ieri sera mi tornano in mente tuttinsieme mentre opero il terzo passo della giornata, girandomi per recuperare i pantaloni, le calze e una maglia.

Mi vesto in fretta, mi butto addosso la dovuta stoffa e lana, le scarpe, il berretto come un soldato, sono tutto stropicciato ma non sento il bisogno di altre cure.

.

Corro fuori che il mio amico è già distante di una ventina di metri, cammina veloce, i lupi che tirano la fune.

L’aria ha il sapore perfetto del freddo e del vento, è profumata di resina di pino, di legno e pietra, di pioggia e rugiada. Il sole è basso incastrato di traverso dietro la solita montagna, i raggi arrivano obliqui, a tratti, e nuvole atletiche percorrono lo schermo del cielo in un batter d’occhio.

Il silenzio di qui è la mancanza di rumori altri, estranei al solito bouquet del silenzio perfetto di un mattino come questo che è il vento tra gli alberi, il fragore del torrente in lontananza, i sassi messi in moto dai miei passi.

Sulla terra del sentiero fanno lo stesso scricchiolio sordo di quando lo percorrevo da bambino con le scarpe con la chiusura col velcro, che non sapevo neanche allacciare le stringhe.

Mastro gerry cammina spedito e leggero e non c’è mai fatica nel suo incedere.

Visto da dietro è una figura solenne nelle sue spalle squadrate, il volto celato dal cappuccio, la corda che lega insieme le due bestie gli cinge i fianchi come la cintura di un monaco montanaro.  

I lupi sono tutto un annusare, un tendere verso qualcosa che ci è ignoto, celato ai nostri sensi.

Cammino e mi scaldo i muscoli intorpiditi, il freddo e la brezza mi alleviano il cerchio alla testa, a passo di marcia inspiro aria fredda e profumata  di fiori alpini. Il sole si spacca in lembi blu e rossi e verdi.

Uccelli.

Gerry mi passa una canna d’erba, mentre i lupi pascolano e si dissetano in riva al torrente che costeggia il sentiero.

-Mi sa sta notte ne ha messa un bel po’ su di là.

Indica col dito. Alzo gli occhi sull’altro versante della valle: un luccicante latteo strato di neve fin giù dove iniziano gli alberi si è posato nottetempo, non me n’ero accorto.

Fumare mi cancella il mal di testa in tre boccate e vengo colto da una lieve vertigine, mentre il sole si sbarazza finalmente di una nuvoletta testarda e ci investe giallo sparato.

Camminiamo per il sentiero, giù fino alla statale.

I cani ora spingono verso la fonte e dopo verso il sentiero che porta ai camosci, vicino ai bacini idrici.

Sono ormai perfettamente sveglio. L’aria è frizzante.

Sono le sette e mezza di mattina.  

 

 

 

2 - Caldo

 

Caldo il sogno sudato nel caldo torpore del risveglio caldo come il caldo soffocante caldo di una sauna, un bagno turco, un… un hammam bello caldo ecco. il caldo umido hammam di maometto.

Caldo dentro la testa, la testa calda, la testa che brucia fino a che..

Apro gli occhi. Un salame umano composto di jeans strappati e maglietta incollata dorme di fianco a me. Luce rossastra, venata di bande nere e arancioni.

Sessanta gradi.

Una formica mi cammina dentro l’orecchio, rovisto finchè non la estraggo, trovo gli occhiali riposti nella scarpa destra, l’orologio nella sinistra, sono le sette di mattina, sono in una sperduta oasi della tunisia vicino a Tozeur.

La tenda è al sole, questo è un fatto.

Potrei avere un arresto cardiaco da un momento all’altro, e questo è un altro fatto.

Raccolgo le forze il coraggio e il mio fedele espanso, scavalco il salame umano e altri due cadaveri, emergo dall’igloo scaldavivande.

Il cielo non si può guardare. L’orizzonte non si può guardare. La terra rossastra neanche si può guardare.

La luce mi investe, mi trapassa che neanche faccio ombra.

Vorrei scavare un buco, trovare una grotta, comprare un albero sotto cui mettermi.

C’è una sola cosa che fa ombra qua intorno.

Trascino l’espanso sotto il furgone, mi ci adagio come un meccanico, maglietta sopra la faccia onde evitare eventuali gocce d’olio. 

il giorno arriva troppo presto e troppo forte, in lontananza si sentono già sfrecciare i fuoristrada da deserto sulla pista del lago salato.

La luce rimbalza sulle cose, sulla terra, perfino la poca luce riflessa che si insinua tra le ruote viene a sbattermi contro e mi cuoce lentamente.

Me ne sto ancora un po’ sotto il furgone, molestato dalle mosche, nascosto a questo sole impietoso. 

Tra poco farà caldo sul serio, e sarà ora di ripartire.

 

 

 

3 - Attesa e vibrazioni

 

Su e giù e colpo sulla fronte, su e giù e un altro colpo sulla fronte. Fino a un colpo più forte.

Apro gli occhi che l’autoradio sta suonando I Nomadi. Ho dato una bella craniata, forse Giorgio ha preso una buca. È quasi l’alba, il cielo è viola. Ho dormito per almeno quattro ore lungo le strade tutte curve slovene e l’infinito rettilineo dell’autostrada croata.

Ogni movimento mi svela un dolorino nuovo dato dal dormire accartocciato. Bevo succo di frutta, mangio un paio di biscotti e poi un pezzo di formaggio e un pomodoro, alla rinfusa.

Sui tre sedili davanti c’è una discusione antisonnolenza iniziata e carburata, per prendervi parte dovrei stare tutto sporto in avanti. In due svegli a vegliare sul guidatore son già più che sufficenti.

Dietro e intorno a me corpi spiegazzati e immobili, chi con la bocca aperta a perdere bavelle, chi ciondola testate come me, chi tutte e due le cose.

Mi riaggomitolo sul mio sedile, pinzo le ginocchia in quello di fronte e cotono di nuovo.

 

Colpo sul vetro. Questa volta da fuori.

Apro gli occhi che un doganiere Bosniaco confronta la mia faccia da sonno agitato con la mia di giovincello capellone che ho sul passaporto. 

I timbri e i rinnovi non lo convincono troppo ma in fondo è una pantomima. Forse si farà dare dei soldi con qualche becero pretesto.

La mia attenzione si concentra sull’involto di carta unta che mi porgono da davanti. Un brivido sinaptico mi corre lungo il corpo quando ne annuso il contenuto: la prima pita di patate e formaggio del viaggio, comprata fresca fresca cento metri prima della frontiera. Sapori e profumi di Bosnia, alle porte della stessa.

Mangio per golosità, lo stomaco torto dal viaggio, bevo acqua calduccia, guardo fuori nel paesaggio desolato del confine, con le case rotte dalle granate.

Tra poche curve saremo nelle verdi colline di Gracanica e il sonno mi è passato, il furgone dopo tutta la notte macinerà ancora kilometri col suo rumore sordo. E’ una bellissima mattinata.

Ci attendono amici e luoghi da rivedere, l’impazienza di arrivare, un paese piccolo e meraviglioso da attraversare in un'unica fiesta mobile tzigana, montagnina e partigiana.

Lo stereo manda musica di Bob Marley, si sente solo da una cassa ma non importa perché sto già cantando con la mia voce mattutina, un po roca, un po’ bambina.

 

 

 

 

4 - Tornare sulla Terra

 

Odore di caffè. Un sordo borbottio. Un vecchio iguana che gorgoglia sotto il mio letto.

Non apro gli occhi.

C’è un solo posto dove mi sveglio con l’odore del caffè, grazie ai prodigi di una caffettiera elettrica munita di timer e posta sulla mia scrivania.

Sono a casa mia?

Muovo la gamba fino al limite laterale del letto, il mio piede sente il metallo freddo della sbarra del soppalco.

Sono decisamente a casa, non c’è dubbio.

I tre beep prolungati mi avvertono che il caffè è definitivamente pronto, starà trenta minuti in caldo, con la resistenza al minimo.

Che è inutile tenere gli occhi serrati, restare a poltrire.

Se mi riaddormento non mi sveglio in un altro posto. O in un'altra vita.

No.

Puntuale arriva il primo pensiero vero della giornata.

Per una strana coincidenza è identico a quello del giorno passato, e di quello prima e di quello prima e di quello prima e di quello prima.

Marta non c’è più.

Marta      non    c’è    più.

Sei solo, stronzo. te lo meriti.

Poi aggiusto il tiro: sei solo uno stronzo, te lo meriti.

Ci provo una terza volta. Sei solo e sei stronzo. Te lo meriti

 

Mi sveglio tutte le mattine con la stessa triste impressione di aver perso la persona amata per sempre, e quell’impressione man mano che il cervello torna a funzionare prende la forma della certezza, per poi diventare ricordo trasparente di un passato decisamente presente, insomma possiamo dire che i primi dieci minuti di veglia ogni sacrosanto giorno da un po’ di tempo, sono dedicati a un muto pianto solitario, all’acida ripresa di coscienza della mia situazione di uomo solo, nuova per me tutte le mattine.

 

Sono l’anatroccolo che ogni giorno si sveglia deluso di non esser cigno per nulla.

Sono un uomo che si fa abbattere cento volte dallo stesso proiettile.

Mi sento il cane che si lascia morire di dolore sulla tomba del padrone.

Io sono il mio cane, sono il miglior amico di me stesso.

Una parte di me guarda l’altra morire.

Mi sento l’ultimo depositario della verità sull’amore e su tutte le cose.

Io soltanto serbo intatto e perfetto il ricordo del mio amore, paradigma di tutti gli amori possibili, se me ne dimentico e lo lascio andare tutto si perderà, come lacrime nella pioggia.

Ho bisogno di ricordare di come era stare insieme. Non voglio perdere la memoria dei miei giorni insieme a lei.

E quindi vivo dentro un tempo speciale, il mio passato presente. La scissione semicosciente dei tempi della mia mente. Mentre il mio cane si lascia andare senza soluzione, il cadavere di me vive ancora là.

Nel tempo dei baci, dei sospiri, delle carezze sussurrate e dei dolci risvegli. 

Di fianco a me dovrebbe esserci un piccolo esserino dai respiri corti e morbidi.

Non c’è nessun esserino.

Non c’è marta che dorme sul mio cuscino, dov’è allora?

Può esserci un altro posto al mondo dove lei abbia deciso di andare invece che qui?

Posso carezzarmi un po’ le lunghe ossa sporgenti mentre mi sforzo di pensare.

Posso percorrere il perimetro del letto con i piedi e le mani per vedere se si è nascosta per farmi una sorpresa.

In realtà sappiamo bene, sia io che il mio cane, come stanno le cose.

Marta non mi vuole più perché ha un altro uomo.

Un idiota qualunque che passava di là.

Mentre ero troppo impegnato a cercar di fare a meno di lei, lei ha scoperto in fretta come fare a meno di me. Per certe persone è sufficiente lasciarsi amare.

Con donne così c’è sempre qualcuno pronto a sparger complimenti e farti sentire bene e importante e donna, senza bisogno di stare a disperarsi per un uomo che parla col suo cane immaginario, con mille scimmie addosso.

 

La verità, nel suo stato metafisico più nudo, è che io lasciai marta amandola ancora. Forse non sapevo che facevo. Forse.

Forse credevo di saperlo. Forse come hanno astutamente analizzato i testimoni interpellati, non stavo facendo del tutto sul serio…

Forse sono solo il più gran coglione dell’esercito dei vivi.

 

Tutte le mattine così, e non mi sono neanche alzato.

Ho pensato tutte queste cose esattamente come ieri e l’altro ieri, prima ancora di avere gli occhiali addosso.

Dicono che i depressi abbiano grandissimi problemi con l’alzarsi la mattina, il rapporto col sonno, la paura di vivere…

Per me il momento più brutto della giornata è quando riapro gli occhi. Quando si riaccende il volume nelle orecchie.

Vorrei essere una pianta.

E dire che adoravo la mattina, adoravo i risvegli con marta. Mi svegliavo sempre io per primo perché lei è una dormigliona ghiro con problemi di insonnia. Io un cannabinoide narcolettico la sera e pimpante la mattina. Quando stavo con lei.

Mi svegliavo vispo e in tiro ed era tutta un’arte svegliarla a coccole e carezze e guadagnarmi i baci del mattino.

Ora sono un ansioso pazzo la notte finchè svengo, un morto in piedi la mattina quando resuscito.

 

 

Sono qui.

Nel mio letto a soppalco, i piedi che toccano le sbarre fredde di metallo. Sopra la mia testa non ci sono più stelle da sognare. Mentre ero via è venuto l’imbianchino che ha ridipinto la camera, soffitto incluso.

Avevo delle belle stelle fosforescenti, un po’ comprate e un po’ rubate al centro gioco educativo.

Le avevo appiccicate tutte sopra il mio letto, che essendo a soppalco resta vicino al soffitto.

Le ho avute per anni le mie stelline. Tornato dall’estero, la prima notte senza stelle ci sono proprio rimasto male, ho maledetto l’imbianchino, i miei e le loro manie della casa in ordine e pulita, ho maledetto tutto ciò che muta nella mia vita. Era la prima sera in italia da un botto di tempo, ero solo senza marta,senza sesso nè carezze nei capelli.

E il cielo sopra il mio cuscino era bianco intonaco.

 

Il mio cane cioè me medesimo, si è messo ad abbaiare: è il tuo solito problema, la tua ansia da cambiamenti, la tua essenza di coniglio.

Il mio cane crede di saperne più di me sull’argomento.

 

La caffettiera fa un bel beep lungo di rimprovero. E si accomiata. Sono passati trenta minuti in cui il caffè mi ha aspettato invano e al caldo.

Le cose che possiedo sono molto più efficenti di me.

Ci si può fidare della mia caffettiera e ci si può abbastanza fidare del mio telefono.

Il mio computer è una roccia e non mi molla. Diciamo che sono sempre io che deludo loro. Sembrano guardarmi preoccupati, di come mi porto in giro.

Butterò giù i piedi prima o poi da questo materasso, scenderò le scale fino al livello vita quotidiana.

Uno che dorme a un metro e ottanta di altezza prima o poi perde il contatto con la realtà?

Forse il letto non c’entra con questo.

Ho già sprecato più di trenta minuti dietro a un pensiero triste, fisso, insistente e lacerante.

I primi trenta minuti della mia giornata sono così, un -requiem for a dream-

Bisognerebbe non dormire mai.

O al contrario dormire per sempre. 

 

Il mio cagnaccio mi morde una chiappa:

- sa di morte quest’ultima cosa che hai pensato. Vai a cagare, coglione. Credi di essere il primo? Scendi dal letto, stupido. Fai qualcosa, beviti quel caffè tiepido. Guardati intorno, respira a lungo.

Non si può vivere tutta la vita al passato presente.

 

Lo odio sto cazzo di cane, vorrei ucciderlo ma non posso, non posso proprio, è l’unica voce saggia che mi rimane da ascoltare, nel silenzio del mio mattino, da solo, a Torino.

 

postato da: flavioponzio alle ore 20:57 | link | commenti
categorie:
domenica, 30 luglio 2006

Sogni di Pekino 1: Poesia di Badachu

...How do you think I'm going to get along,
Without you, when you're gone
You took me for everything that I had,
And kicked me out on my own
Are you happy,

are you satisfied
How long can you stand the heat
Out of the doorway the bullets rip
To the sound of the beat...

(Another one bites the dust, Queen)

 

 

Sono Ancora qui.

A bere brandy cattivo

con le mie quattro ossa allungate e la pelle tirata sopra

che se mi piego mi scappa un anca dai pantaloni.

 

Sono stato a trovare Budda l’altro giorno

era grasso e seduto comodo, aveva l’aria di uno calmo

gli ho chiesto di te, non ha risposto

Ho acceso una ninfea di cera, l’ho spinta in mezzo al laghetto

dicendo le mie preghiere

ho scritto il tuo nome su un pezzo di stoffa colorata

l’ho legato sotto l’altare del tempio

ho cercato di sentirmi simmetrico e giusto

ho ascoltato la voce interiore

mi parlava in un'altra lingua

non è che proprio abbia compreso

Sono stato seduto a gambe incrociate nel perfetto silenzio

ma una mosca mi ha disturbato

Sono stato gentile con tutti

ho amato il mio vicino senza pormi domande

 

Ho ancora male

non mi sento meglio.

 

Ho patito chi non capiva la mia lingua

mi sono stancato di dispensare sorrisi e buone parole

mi hanno annoiato le chiacchiere degli uomini

non sono poi così curioso

non sono poi così socievole

non è che proprio ami la gente

non sono quella bella persona

 

Mi sono disperato per le cose importanti

mi sono disperato per le cose più piccole

Ho odiato un cinese perché non mi capiva

l’avrei picchiato solo per questo

Ho deciso che potevo essere di cattivo umore

o forse mi è solo capitato

non ho il controllo delle mie ghiandole

non ho il controllo la mia pancia.

Ma i giorni passano e l’acqua scende dal cielo con una certa regolarità

la terra si rinfresca e si riscalda di nuovo

certe sere riesco a respirare

certe altre sto in apnea

Nulla sembra cambiare

la giostra si è fermata proprio dove non ci sono gradini

o cado giù o ci resto sopra

Ma gli zingari già smontano le luci

la musica è spenta da un pezzo

 

le coppie rincasano mano nella mano

i bambini sono lerci di zucchero filato

e ridono e si fanno aspettare

 

E sbuffo marlboro sognando infiniti sospiri tra i tuoi capelli

mi lascio osservare dalla gente

mi hanno assunto in comune come cattivo esempio

“cerca solo di essere te stesso”

 

Posso trovare ogni giorno un gioco diverso o un libro geniale

qualcosa da fare

posso pensare e scrivere fino a trovare qualcosa

che valga la pena raccontare

aspettare ogni sera che mi venga sonno

o fame

 

Posso destarmi ogni volta che sogno cose troppo tristi

e sono stanco di svegliarmi stanco

ma so che più si dorme e più si dormirebbe

più ti penso e più ti penserei

Il masochismo non fa per tutti,

bisogna averci del talento.

 

Amare non è sempre un bel gioco

il mio medico mi ha mandato dallo specialista

lo specialista mi ha lasciato parlare

l’ho fatto piangere senza dirgli nulla di me

si è sentito stupido, io cattivo.

Ha smesso di esercitare.

Si è comprato una canna da pesca

se n’è andato in Alaska.

 

E io in fondo non ti biasimo se  non mi ami,

neanche io mi amo

 

diciamo che non posso fare a meno di me.

postato da: flavioponzio alle ore 17:39 | link | commenti
categorie:
sabato, 22 luglio 2006

MAD(e) IN CHINA 10: Pekino Torino

Arrivati. Mezzi morti ma arrivati. A breve scriverò qualsosa di serio sulle compagnie aeree. Con Un altro signore di Reggio Emilia procederemo per vie legali e romperemo le palle a un po' di gente. Viaggiare in aereo a quanto pare è un privilegio per chi è in salute. discriminano i bastardi. Bisogna colpire alla loro immagine e così faremo . E' l'unico orecchio da cui ci sentono. Spenderò anche due paroline sull'aeroporto Charles de Gaulle e sul poliziotto fascista che non ha voluto sentire ragioni e ci ha costretto a far passare i costosissimi e delicatissimi ventilatori polmonari di mio padre (di proprietà della ASL) sotto i raggi x quando anche nella militarizzata e totalitaria cina ci hanno ragionevolmente lasciato andare indisturbati. (e ancora: un mese prima all'andata, nello stesso aeroporto ci hanno lasciati andare senza rompere le palle, segno questo che la procedura fissa non esiste e tutto è sempre in mano e alla discrezione del singolo che ti trovi davanti, una roulette del buon senso) Evidentemente proprio non gli va giù di aver perso la coppa. Torino di nuovo. mozzarelle e basilico e melone e prosciutto e tutto il cibo italiano e non fritto che ci mancava. la buona e vecchia tana. Il clima che mi pare mite dopo il caldo umido soffocante smog di Pekino. Il blog si chiude qua, poichè il viaggio è finito. resteranno i vecchi post e il nome MAD(e) IN CHINA che probabilmente ospiterà un nuovo progetto: "Sogni pekinesi" per raccontare la marcescenza da accumulo di civiltà, l'esperienza dell'ospedale filtrata da una lente onirica, invenzioni, Guido e il mondo di Badachu.... insomma una roba tutta diversa dai fatti in ogni caso oggettivi che finora ho narrato. La newsletter si interromperà perchè odio scassare la minkia a tutti, l'indirizzo ormai ce l'avete e se vi interessa potete con un sempice clik fare un salto a trovarmi. Ci vediamo a Pekino, così come la ricordo. Pekino Pekino... con il topo nel panino
postato da: flavioponzio alle ore 16:30 | link | commenti
categorie:
giovedì, 20 luglio 2006

MAD(e) IN CHINA 9: Lost in translation – Ready to go

 

Passano così veloci i giorni, a Badachu, che non ci stai dietro.

Lavoro a tempo pieno per Elena e me, lei ha pure preso sulle sue spalle l’eredità di Marco, tutte le mattine alle otto tiene il corso di Italiano alle infermiere e medici. Il più contento sono io che così mi devo svegliare con le galline insieme a lei e quasi non faccio più caso ai bastardi che corrono per l’albergo all’alba urlando in cinese. Quando sei in coma, non puoi sentire i rumori, al massimo li inserisci nel tuo sogno sudaticcio.

Io mi sciroppo gli amici arabi dal Qwait e dall’Iran. Ho fatto la cazzata di dimostrare di essere degno di loro in tre stupidi modi:

1 mi sono fatto beccare che ascoltavo Fogh in Nakhal versione di Franco Battiato (è a quanto pare un evergreen del mondo arabo tipo Volare, Albachiara)

2 Gli ho detto che siamo stati tanti anni di fila in Bosnia dai fratelli musulmani.

3 Li ho portati al mio ristorante preferito in Badachu, lo spiedino atomico degli aperitivi con Hart dei giorni scorsi, gestito da Cinesi musulmani del nord del Tibet con tanto di scritte arabe e foto della Mecca.

Insomma da quel momento non mi mollano. Anche perché sono dei tamarri allucinanti e non hanno facilità a fare amicizia in ospedale. Il più giovane che potrebbe essere tipo mio coetaneo è completamente brasato e l’unica cosa che gli interessa nella vita è lo shopping. Non finirà mai di ripetermi quante cose hanno in Qwait: starbucks, macdonald, Shopping centres, cinemas, everthing we have in Qwait, In Qwait we have everything. We have 10ways streets (strade a 10 corsie..)  There’s no poor people in qwait, everyone is good....rich...

Gli voglio bene in fondo, ma conversare con lui aumenta il mio pessimismo cosmico.

Quando non intrattengo la mia cricca di petrolieri, traduco per gli italiani messinesi che non parlano una singola parola di inglese. Mi chiedo sinceramente come diavolo faranno quando saremo partiti. Sono venuti in quattro persone e non gli è neanche venuto in mente di portarsi un interprete (non dico dal cinese, ma almeno per l’inglese) Faccio tre passi per il corridoio e un infermiera o un medico con gli occhi allucinati mi blocca per la maglia e mi trascina in camera loro per risolvere qualche casino.

Abbiamo tradotto i moduli di autovalutazione per la SLA dall’inglese all’italiano. li metto sulla penna usb. Li porto all’aiuto segretaria che sembra autistica. Glieli metto sul computer. Le spiego a che servono. Mi guarda, mi sorride, mi dice ok.

Il giorno dopo a me consegnano quello in italiano e a chi non parla inglese quello inglese.

Non c’è modo di capirsi. Torno nell’ufficio, mi faccio stampare una decina di copie di moduli in italiano e li distribuisco a chi ne ha bisogno. Penso –Ok, ora siamo finalmente a posto.

Il giorno dopo arriva un medico, mi blocca e mi fa vedere che hanno cambiato il modulo, apportando alcune piccole migliorie

– Can U please, make a new italian version?   

Pensa ai monaci zen. Rilassati, respira. Sei il centro del mondo e la pace ti attraversa e ti purifica.

 

 

Ready to go??

 

Ieri vado alla nurse station per fare l’ultima, fatidica, chiamata a Guido. Come ultima chiamata è un po’ pacco: ci facciamo accompagnare da Auchan, proprio lui, il gigamercato globale che abbiamo anche a Torino come a Catania.

Solo che qui è considerato molto pregiato dalla medio borghesia rincoppata Pekinese, con tutti quei nomi europei. Un po’ come facevamo noi 30 anni fa per le cazzate americane (oddio, molti lo fanno tuttora).

Noi ci andiamo per preparare un regalo per medici e infermiere. Considerando che l’abitudine qui è di regalare fiori, che dei fiori non te ne fai niente e dopo tre giorni fetono, decidiamo di rompere con la tradizione e colpirli la dove sono più deboli: sono tutti golosi da paura.

Alle famose feste del venerdì organizzate in reparto si scassano di cibo che non potresti crederci, ho visto infermierine da 40 kili ingerire roba per 4 persone con grazia e leggiadria.

 

Quindi dolci. E per rendere la cosa un po’ esotica e preziosa, dolci europei. Quindi Auchan, anche se Guido ci spiega tre o quattro volte che lì costa un casino e che se vogliamo ci porta lui dove è economico. Mi fa il segno della bancarotta:

-apre il portafoglio-estrae il bancomat-soffia forte con faccia triste-

Lo so guido, hai ragione, ma il regalo per le infermiere è troppo difficile da spiegare. Sopportaci per gli scemi che siamo.

Facciamo incetta di cioccolatini italiani, ciocolata svizzera, biscotti 80% burro danesi, biscotti di tutte le forme… se non gli piace burro e cioccolato siamo fottuti.

Mi piace la Cina perché il concetto di prezzo è oscillante come l’umore di un bipolare.

Al ristorante di fianco all’albergo, spiedini per sei persone, birra a garganella e una tazza di zuppa atomica: 90 yuan. Ristorante dell’ospedale, pesce persico al vapore una porzione: 80 yuan.

Dvd al negozietto: 6 yuan. Dvd da Auchan: 20 Yuan

Da Auchan trolley nuovo fiammante dimensione bagaglio a mano: 39.90 yuan oppure modello fiketto da 99 yuan. 200 grammi di cioccolato Lindt: 100 Yuan. (guardate che non scherzo, e il cioccolato non ha ne maniglie ne rotelle) Ho comprato un trolley da 199 yuan e già mi sentivo uno sprecone, era “good brand”.

Si! Si! mi piace così.  Ohhhhhhh yeah

 

Usciamo in ritardo di 50 minuti, ma Guido ci perdona con serenità. Arrivati all’ospedale scendiamo e affrontiamo il tragico e doloroso momento dell’addio.

Tiro fuori le gigantografie che ho fatto stampare delle foto fatte in questi giorni con lui.

Elena mima che così quando le guarda penserà a noi.

Tiro fuori le due stecche di Golden Bridge: la marca che fuma lui. Incomincia a soffiare come un gatto incazzato, gesticola: non le vuole.

Le poggio con sguardo fermo sulla sua macchina. Elena mima che quando le fumerà si ricorderà di noi. Al secondo minuto di pantomima accetta. (I cinesi rifiutano per educazione anche cinque o sei volte, per fargli accettare un regalo devi insistere e fingerti incazzato anche tu).

Lo abbracciamo e ci scappa la lacrimuccia, emotivi buffi italiani. Gli dispiace di non aver salutato papà che quest’anno saggiamente non affronta il catrame dell’aria di pekino, ci dice che prega e fa le offerte al tempio per lui. ribadiamo la nostra eterna amicizia e fratellanza.

Lo lasciamo andare che è già buio. 

 

Oggi ultimo giorno pekinese, ci rimane qualche esame da far fare al babbo. Chiudere le straripanti valigie colme di tesori cinesi, consegnare i dolci alle infermiere e ai medici.

Salutare tutti senza intasare i dotti lacrimali.

Superare gli idioti ai check in con i nostri ventilatori polmonari senza farci arrestare nè farli passare nel controllo a raggi x (ogni volta è una storia più lunga, ogni volta c’è qualche aspirante eroe che deve farci passare un’ora di inferno, come se i terroristi viaggiassero a nuclei familiari completi con tanto papà disabile al seguito).

Prendere un paio di aerei.

Collassare nella nostra cuccia a Torino.

 

Pekino Pekino …. Mi mancherai un pokino?

postato da: flavioponzio alle ore 05:19 | link | commenti
categorie:
domenica, 16 luglio 2006

MAD(e) IN CHINA 8: PARTENZE

 

Dopo la Partenza di Marco Gloriana e Giovanni, Hart con mamma e zia, stamane alle otto anche Saverio e Lucia lasciavano l’ospedale per tornare verso la patria Firenze.

Domani Sandro e Annalisa e Claudio e Monica dirigeranno a vele spiegate verso il Canton Ticino, Dag e la moglie torneranno in Florida, al loro golf club pieno di alligatori, bontà loro.

Martedì Roberto e la mamma salperanno per Catania. Venerdì sarà la nostra volta.

C’è aria di sbaracco già da ieri.

Ieri siamo andati in carovana al laghetto dietro il nostro albergo per fare una cena di spiedini per festeggiare il Compleanno di Saverio e la partenza del giorno dopo.

La cena era buona, incluso nel prezzo il bagno turco Pekinese con prelievo di sangue affettuato da uno stormo di zanze incazzate come kamikaze giapponesi, per quante ne accoppi, tante ne arrivano.

 

Nel frattempo altra gente arriva. Italiani ancora, non ne parlerò perché i personaggi di questo blog, con le sue vicende, sono ormai questi. Alcuni reduci dell’altr’anno, altri conosciuti in questa nuova puntata Pekinese. 

 

Oggi siamo andati a fare spese in centro a Pekino, in mezzo alla folla di cinesi festanti domenicali.

Ho visto il punto di non ritorno della gastronomia cinese:

Spiedini di Scorpioni vivi. (impalati vivi che si muovono ancora pronti da mettere sulla carbonella)

Spiedini di cavallucci marini (tappate le orecchie ai bambini)

Spiedini di larve.

Spiedini di una roba che è meglio se non chiedi cosa cazzo è.

 

Ecco diciamo che mi sono chiamato fuori. Ogni uomo ha un suo limite nel trip del cibo etnico, io ho trovato il mio.

 

Sempre nel pomeriggio siamo passati dal negozio di antiquariato Governativo. L’altr’anno avevamo comprato un par di Budda belli grassi.

In Cina hanno miliardi di reperti archeologici e opere d’arte antiche. Basti pensare che durante la rivoluzione culturale sono stati distrutti solo a Pekino il 90% dei templi. Se scavi un buco nel tuo giardino, ci trovi tre statue.

I pezzi più belli e importanti finiscono nei musei nazionali (o nelle case dei gerarchi). Tutto il resto viene venduto sotto l’occhio vigile del governo (proprio tutto???) per finanziare il restauro delle opere d’arte per i musei.

Morale, per pochi soldi puoi aggiudicarti dei pezzi di valore non indifferente, di indubbia bellezza e immenso fascino.

Questi tipi del negozio sono in partnership con una famosa galleria di Venezia che gli asciuga la roba migliore per poi rivenderla agli Yankee in visita sul Canal Grande a prezzo centuplicato.

Parliamo di cose che possono avere 2000 anni e più.

E ne hanno così tanti che la maggior parte arriva nel laboratorio del negozio in pessime condizioni solo perché il recupero è affidato a contadini invece che archeologi. Statue ripulite dalla terra con la stessa cura con cui scrostereste il formaggio bruciato da una teglia. E’ un peccato, si. Ma è come dire ai Sauditi di non sprecare la benzina.

 

Ci siamo tolti qualche sfizio. Anche perché il 2008 si avvicina. Dopo le olimpiadi questi prezzi non esisteranno più, saranno anche loro archeologici.

 

Il tempo passa veloce qui a Pekino. Tante cose da fare, tante traduzioni tout court tra medici infermiere e pazienti… Tanto sonno da stanchezza vera, anche se sembra sempre di non aver fatto nulla.

Pekino Pekino…. Dormirò come un bambino.

 

 

P.S. Elena sta bene, ma non ha neanche il tempo di mettersi le dita nel naso. Saluta tutti e le spiace se non può scrivervi di persona.
postato da: flavioponzio alle ore 16:47 | link | commenti (8)
categorie:
giovedì, 13 luglio 2006

MAD(e) IN CHINA 7: La Routine a Badachu

 .            

Mmmm, la vita a Pekino scorre senza intoppi, con i suoi orari e appuntamenti.

Se non si esce per fare una qualche escursione particolare o un acquisto importante in uno dei templi del capitalismo coatto, si può dire che abbiamo delle abitudini… e persino fuori dall’ospedale conoscenti e alcuni amici.

 

La mia giornata tipica in quel di Badachu:

 

Ore 06.00:

I nostri simpatici vicini d’albergo incominciano ad urlare per i corridoi sbattendosene di tutti e di tutto, i loro infami bambini corrono e giocano tenendo le televisioni a 90. (come dicevo qualche giorno fa, questo posto raccoglie dei gran cafoni neoarricchiti di fuori città che vengono a visitare la capitale e, essendo cinesi, si svegliano alle cinque per lanciarsi nel turismo con foga e dedizione).

L’altr’anno, furioso, sono uscito in mutande due o tre volte a staccargliene 4 facendogli il segno dell’orologio e della nanna:

–dito sul polso-sguardo incazzato-mano sull’orecchio-

ottendendo solo di essere preso per il culo da tutti i presenti con grande spreco di risate: gli insulti in italiano sono niente in confronto al suono di uno sfottò cinese, pieno di note tronche lasciate lì nell’aria e seguite da risatine isteriche.

 

Ore 07.30:

Sveglia sul nostro cellulare, urlo ulcerico dello stomaco per la fame e la stanchezza, confronto crudele con lo specchio del bagno rischiarato da neon giallo che mi fa temere ogni mattina una mutazione della pelle, un affusolamento sospetto degli occhi. Dopo la doccia o l’abluzione veloce, scendiamo nella hall dove ci aspetta la calorosa indifferenza delle receptionist che non provano a pronunciare una parola di inglese neanche sotto la minaccia delle armi. Tutte le mattine salutiamo

passando, tutte le mattine emettono un verso sordo e appena ci giriamo tornano nel loro limbo psicotropo da 16 ore al giorno di lavoro che non le rende troppo sveglie nè socievoli.

Usciamo e a seconda del caldo, dell’umido e della fretta possiamo decidere se investire 10 yuan (1 euro) nel taxi abusivo o andare a piedi. Se andiamo a piedi ci sono 15 minuti di cammino lungo Badachu Lu (Lu= street), un bagno turco di svariate puzze mentre veniamo corteggiati dai taxi che rallentano per caricarci. Passiamo di fianco ai vecchietti che riparano le biciclette sul marciapiede, superiamo il ponte traballante sopra il canal fetido con l’acqua verde-diesel, attraversiamo l’incrocio della muerte con infinita prudenza: la striscia pedonale è ancora avvertita come una miglioria estetica del manto stradale e nulla più. Prendiamo il viale alberato che porta all’ospedale e siamo arrivati.

 

0re 09.00:

Colazione nella sala comune, chiacchiere rituali, traduzioni varie per chi non capisce l’inglese.

Terapie mattutine: agopuntura, massaggi, ciclette, massaggio ad aria con una macchina stranissima che non avevamo mai visto in Italia. Due volte a settimana passa il dottor Pain a massacrare i pazienti con le sue manone forti come tenaglie, circondato dall’alone mistico che lo contraddistingue, sciamano e sultano dell’ignoto. Ha un viso da gatto e una risata potente.

 

Controllo la posta, scarico le foto sul computer, leggo il blog di Grillo, i siti dei giornali italiani accessibili (per esempio Repubblica è bloccato, sta antipatico al firewall dell’ospedale).

Vita di società tra la sala computer e la stanza comune. Il microcosmo del reparto si articola pittoresco: nel corridoio con le chiacchiere tra una porta e l’altra delle camere, come in certi vicoletti delle città di mare, tipo Genova. Nella camera delle ciclettes, nella zona fumatori fuori dall’ingresso proprio di fianco al guardiano della security -mortoinpiedi- un ragazzino di 50 chili e credo 16 anni con la divisa da militare che fa turni da 24 di fila (si alterna con un altro di uguale statura e robustezza) lo vedo spesso assonnato, sarà un caso?

 

Ore 11.30:

Arriva il pranzo, abbandonato in camera fino a un ora più degna e quindi vulcanizzato nei microonde della sala comune (continuo a sbagliarmi coi tempi e ad arrostire irrimediabilente le mie pietanze).

Dopo pranzo mi attacco al computer e mi lobotomizzo in vari modi, telefonate intercontinentali con skype, chat su messenger, scrittura pseudocreativa… oppure collasso nel riposino pomeridiano che però può portare a svariate psicosi naziste, l’esempio è mia madre che cerca di dormire in camera dalle 14.00 in poi e viene regolarmente svegliata ogni 3 minuti da un infermiera che entra bussando per controllare qualcosa a papà. Le infermiere non lo fanno apposta, teoricamente avremmo dovuto mangiare alle 11.30 e dormire se volevamo fino alle 14.00 indisturbati. Noi sfasiamo gli orari e tutto si accavalla. Risultato: mamma con tendenze omicide che esce sbuffando al diciottesimo risveglio forzato. C’est la vie, ma chere.

Ogni tanto qualcuno parte (oggi Marco con Giovanni e Gloriana, Hart con mamma e zia).

E qualcuno arriva: una famiglia di Iraniani e una di Rumeni… previsti nuovi arrivi per il weekend.

Le partenze di solito si snodano lungo il corridoio del pianto: chi parte nel salutare si commuove e via a catena come un domino tutti a buttar lacrime in una specie di rito collettivo spontaneo e catartico. Per tutti è un piacere tornare a casa, dai propri cari, le proprie cose. Per tutti è doloroso andarsene perché lasciano il microcosmo:

Che è vivere alcuni giorni vicino ad altre persone che hanno il tuo stesso problema, con cui condividere sfighe e speranze, sforzi e traguardi piccoli e grandi. Affrontare anche il dolore in maniera diversa dalla solitudine della propria casa, non sentirsi gli unici al mondo nell’occhio del disastro ma tanti e determinati a farne uscire qualcosa di buono.

A parte il corridoio del pianto durante le partenze, di solito ci si tiene belli allegri.

Nel pomeriggio ancora ciclette e chiacchiere e passatempi per i pazienti (sennò si spazientiscono).

 

Ore 17.30:

Arriva la cena, ignorata anche questa fino alle sette-sette e mezza. Il caldo incomicia a scendere verso la soglia di umana decenza, giro al supermercato per un po’ di spesa.

Alle 18.00 Badachu cambia faccia: arrivano le biciclette con il rimorchio a vendere la frutta in massa, i ristorantini sulla strada aprono per la cena, un fottio di gente in giro. Giro al negozio di dvd: 6 yuan per ogni film (60 centesimi di euro, più o meno il prezzo di un disco vergine da noi)

Inglese sottotitolato cinese.

18.30: aperitivo con spiedino atomico e birretta Tsingtao al barbecue di fianco ai dvd. 10 spiedini di agnello: 5 yuan (50 centesimi di euro).

 

Ore 19.30:

Cena e chiacchiere nel corridoio. Cineforum nella sala comune, sessioni di download canzoni mp3 e video divertenti nella sala computer, birrette cinesi con pesce secco (un ottimo mastichino di accompagnamento).

 

Ore 23.00

Salutati mamma e papà, scritte le ultime mail e finite le telefonate. Prendiamo le nostre cose e ci avviamo verso l’albergo. Ogni tanto prendiamo un taxusivo (taxi abusivo) altre ce la facciamo a piedi, di solito quando non tira secchi d’acqua. (quest’anno il clima è tropical-uraganico).

L’altra sera era veramente tardi, siamo stati in reparto fino all’una e mezza per salutare Marco e Hart, usciamo per strada nel buio e silenzio più totali, ci incamminiamo per la strada deserta.

All’improvviso una macchina comparsa dal nulla accosta sgommando di fianco a noi, sto già per mettermi sulle difensive quando riconosco l’automezzo:

La Guido-mobile!

Guido ci fa segno di saltare sopra, ci da un passaggio.

Arrivati alla porta dell’hotel faccio per tirare fuori il portafoglio e lui mi blocca la mano, ci fa segno di andare con un sorriso. Mi ricorda soltanto di chiamarlo se abbiamo bisogno di un viaggio serio.

(segno della cornetta del telefono)

Lo rigranziamo esaltati, abbiamo un amico in Badachu, di vecchia data.

Se mai avessimo qualche problema coi locals lui comparirebbe a salvarci come un angelo custode.

Perché questo è un paesino dove tutti sanno tutto. Intorno c’è Pekino e ogni tanto mi ci tuffo.

postato da: flavioponzio alle ore 16:21 | link | commenti (4)
categorie:
domenica, 09 luglio 2006

MAD(e) IN CHINA 6: BEIJING BY TRAIN, NATURAL MYSTIC

 

Venerdì 7 luglio: Temple of Heaven (Tiantan) o meglio, Tempio del Cielo. 

 

Due giornate a stretto contatto col “cinese”.

Sabato si decide con Hart di andare in centro. Lui deve andare a ritirare una medicina speciale che si è fatto preparare. A soli quindici minuti di taxi da lì, c’è il tempio del cielo. Scatta la combo.

La medicina si trova nella più antica e famosa farmacia di Pekino, la cosa mi intrippa subito ai livelli massimi, non vedo l’ora.

 

L’altro punto importante è che Hart è di Singapore, e vive in Australia da dieci anni, parlando cinese ci spalanca un mondo imcomprensibile e al tempo stesso ha ormai un educazione occidentale che annulla un gap altrimenti incolmabile, stesso tipo di umorismo, di “background”, feeling semplice, senza paura di farsi pezzi o figure di merda.

 

Insomma oggi si può andare in metropolitana. Finalmente uno spostamento da persone normali. 

La nostra stazione è chiaramente il capolinea (siamo in culo al mondo) ma questo ci permette di sederci comodi comodi per i 40 minuti che ci aspettano per arrivare in centro (40 minuti!!!!)  

Ad ogni fermata la metro si riempie , si riempie, si riempie….

Scendiamo all’interscambio e prendiamo la linea circolare che gira intorno all’area più centrale.

Emergiamo alle porte di Pekino (Tipo gli archi romani che troviamo in Italia). Siamo in centro. L’aria sa di marmitta sovietica, l’umidità e l’inquinamento sono scioccanti, palpabili, ma è inutile che mi dilunghi, finchè non la respiri, non ci credi.

Prendiamo un taxi per arrivare al tempio del cielo,la farmacia chiude dpo le otto di sera e possiamo andarci al ritorno.

 

Pagato il biglietto e passati i cancelli la storia cambia. La caotica sporca e rumorosa città resta fuori dal nostro spettro visivo e sonoro.

I templi qui sono spesso dei complessi di edifici sacri inseriti in parchi (immensi) curatissimi, con alberi che hanno visto diverse dinastie di imperatori, guerre e rivoluzioni e sono ancora lì a produrre ossigeno. Cortili su cortili a scatola cinese, svariati templi e tempietti dislocati in giro. Altari, porticati.

 

Camminiamo per viali alberati, immersi nella folla di turisti cinesi (questo è il periodo del turismo interno, gli stranieri di solito vengono quando fa meno caldo, tipo settembre).

La cosa che più gradisco è proprio il parco. I templi, scusate la bestemmia, sono al mio occhio tutti uguali. Bellissimi ma simili, non sono addestrato a notarne le differenze, non so leggere il cinese e alla quarta pagoda ne ho già abbastanza. Quello che sciocca è vedere il lavoro infuso in essi, ogni singolo centimetro decorato con pitture sgargianti (oro, turchese, rosso vivo….) o bassi rilievi su marmo, sculture in bronzo… Dal mio primo viaggio in Cina ho già visto un migliaio di statue di Budda e non saprei dire quante espressioni o posture delle mani ci possano essere.

Vediamo il tempio della divina musica “…where Confucio listened to Shao music…” trasformato in un museo degli strumenti musicali dei tempi degli imperatori. Dentro una teca scorgo anche dei flauti di migliaia di anni fa perfettamente identici alle ocarine cilene, segno probabile di un bel viaggio precolombiano degli emissari imperiali in terra americana.

a furia di camminare ci viene una divina fame, abbiamo già macinato diversi kilometri a piedi sotto un caldo e un umidone atroci.

Usciamo dal tempio e nessun taxi ci vuole caricare (la scusa è che il posto dove vogliamo andare è pedonale, in realtà il viaggio è troppo breve e i bastardelli aspettano una corsa più remunerativa, vedi come cambia il mondo tra centro e periferia…)

Poco male, siamo in giro con Hart, possiamo ottenere tutte le informazioni del mondo e quindi  saltiamo sul pulman numero 120 e dirigiamo verso la farmacia.

(Per le olimpiadi hanno comprato un botto di pulman nuovi di pacca tra i quali i mitici metano-bus prodotti dall’Iveco, fiore all’occhiello dei trasporti pubblici torinesi, quasi mi commuovo quando ne vedo uno…)

 

Scesi dal pulman facciamo mezzo kilometro tra le macerie degli hutong che stanno buttando giù, per elevare al cielo un po’ di calcestruzzo come si deve, ad un certo punto attraversiamo una strada stretta in concomitanza col passaggio di 6 pulman tutti insieme. (tre da un lato e tre da un altro) 

Un esperienza:

quando non riesco più a trattenere il fiato, devo inalare per forza. Vedo tutto nero e i suoni arrivano da sott’acqua, mi riprendo che mi stanno per investire e in bocca sento gusto di cioccolato, non so perché. Evidentemente lo scarico sopra una certa percentuale diventa allucinogeno.   

 

Arriviamo alla super-farma e io neanche me ne accorgo, cercavo una croce verde (ingenuo…), Hart indica un edificio su quattro piani temple-style decorato in oro e rosso.

Mmmmm ho l’acquolina in bocca… vorrei provare tutti i medicamenti segreti cinesi, fare il pieno delle loro erbe magiche.

Recuperata la pozione per sua madre ci dedichiamo al Ginseng. Sono venuto apposta per comprarlo ma ora sono spiazzato: ci sono tantissime varietà da non capirci nulla. I prezzi vanno da pochi spiccioli a centinaia di euro (Cento euro qui sono un delirio di soldi) Le discriminanti sono: l’età della radice (più è vecchia, più sono concentrati i principi attivi), se è selvatica o coltivata, la varietà, la zona di provenienza, la purezza del terreno, se importata o cinese…

Un universo di possibilità in qui mi perdo, guardo disperato Hart, gli chiedo trovamene una bella power, mi chiede cosa vuoi fartene, gli dico mi serve un buon doping, un doping cinese come si deve.

Sorride e incomincia a produrre suoni cinesi con l’inserviente.

Alla fine scelgo la polvere e le sezioni di radice da masticare. Sto godendo come un pazzo, vorrei comprare tutto ma sto quieto, almeno per non fare la figura da Yankee. C’ho il trip etnico.

Vedo funghi magici, serpenti secchi o sotto spirito usati per svariati malesseri… erbe che noi non conosciamo e forse non conosceremo mai…

Siamo nella bottega dell’alchimista, lo sciamano, il vecchio fottuto saggio che succhia radici e ti guarda zen, ammicca e sputa. Certi funghi te li vendono dentro teche di legno in cui noi metteremmo i gioielli. Mi portano fuori prima che mi venga voglia di un serpente per l’emicrania o cose del genere.

 

Siamo cotti e stracotti come pietanze cinesi, sudati disidratati e affumicati, ci trasciniamo alla metro per assistere a una scena semplicemente surreale (è già la terza volta che uso l’aggettivo surreale in questo blog… sarà un caso?).

E’ l’ora di punta, c’è un milione di cinesi che aspetta il treno, quando arriva, delle guardie armate e minacciose urlano fortissimo che prima si deve lasciare scendere, dopodiche’ un fiume di gente si pressa sulle carrozze fino all’inverosimile, e poi ne entra ancora un po’. E poi ci sono quelli che non si rassegnano. Il treno deve partire e le guardie incominciano a prendere a mazzate quelli presi in mezzo dalle porte. Non scherzo. Li spingono dentro che siano donne vecchi o cosa, con delle botte da scassarti le costole, fino a che le porte non sono chiuse e il treno riparte.

Ci guardiamo pallidi, prendiamo seriamente in considerazione un taxi (non voglio farmi picchiare da uno sbirro della metro echecazzo), poi pensiamo all’ora di punta sulla quinta tangenziale e alle due ore di taxi al posto dei 40 minuti di metro.

Aspettiamo il prossimo treno e affiliamo i denti.  

 

 

Sabato 8 luglio: NATURAL MYSTIC, The Tanze Temple                   
 
 
               There's a natural mystic blowing through the air
               If you listen carefully now 
               you will hear...

                                                -Bob Marley-

 

Allertiamo Guido per tempo: oggi si va al Tempio Tanze, servono due macchine quindi deve chiamare il suo amico. Guido (all’anagrafe Chao Yu le) per l’occasione si fa trovare rasato di fresco in stile Mao: I capelli sembrano tagliati con la squadra e il righello: per avere la tipica forma a mensola, in centro sono così corti che sembra pelato. Arriviamo che la seconda macchina ancora non c’è, prende il telefonino e incomincia a bestemmiare in cinese (adoro quando si arrabbia col suo socio, il cinese è una lingua perfetta per cazziare la gente, con quei suoni che ti caghi addosso solo a sentirli) L’amico si materializza in 2 minuti, il tempo dei convenevoli. Questa è la prima volta che posso comunicare con Guido senza ricorrere al linguaggio dei segni, c’è il buon Hart con noi.

Guido si informa sulla salute di papà e i mamma, gli diciamo che no, oggi non verranno con noi, è ancora presto.

Partiamo alla volta del Tanze Temple: il più vecchio tempio buddista di tutta la zona di Pekino.

Si trova abbastanza fuori, in piena montagna, ci siamo già stati l’altr’anno: un posto meraviglioso.

La strada è tutta curve e si passa in mezzo a boschi fitti e misteriosi, a un certo punto Guido si illumina e grazie alle proprietà traduttive di Hart ci dice che se vogliamo al ritorno ci porta a comprare uova fresche dai contadini della zona: dice sono molto più buone di quelle del supermercato, sono naturali. (Mi commuovo dentro). Cinque minuti dopo ancora la luce: qui si può comprare il miele selvatico, più buono degli altri, naturale. (Buon vecchio saggio cinese dagli occhi storti), si decide di fare un salto più tardi, si dovesse offendere non me lo perdonerei. Curva dopo curva ci avviciniamo al luogo sacro, ci mostra le bancarelle ai lati della strada: vendono incenso. Dice se vogliamo pregare di comprarlo qui che costa meno che al tempio. Stiamo andando a pregare? Ci guarda serio, no guido andiamo perché è un posto molto bello e ricco di storia. E spero gli basti perché balle non gliele conto.

 

Arriviamo che il parcheggio superiore è full, giorno di pellegrinaggio. Lasciamo i nostri due autisti e ci inerpichiamo verso l’ingresso.   Il tempio si sviluppa in salita lungo la montagna fino praticamente alla sommità. E’ uno dei posti più affscinanti che abbia mai visto. L’unico dei templi di Pekino che ho visto in cui veramente non c’è quasi turismo, la gente viene e a frotte ma quasi esclusivamente per pellegrinaggio e preghiera. Ci sono monaci nelle pagode oltre alla sicurezza, non sembra solo un museo. Davanti ai padiglioni più importanti, nei cortili principali, ci sono bracieri enormi con dentro veri e propri falò di bastoni di incenso che la gente butta 1 mucchio per volta. Le fiamme sono alte, il fumo maestoso. Cammini per i cortili, in mezzo agli Albicocchi argentati millenari, o gli Imperial Pagoda trees di 600 anni o i famosi Cypress reaching to the sky (cipressi che tendono verso il cielo). Se fai attenzione puoi sentirlo…

There's a natural mystic blowing through the air, if you listen carefully now you will hear...
Siamo circondati dal misticismo, oltre che da gialli bambini rumorosi che mi fottono l’atmosfera e che impalerei volentieri. 

Saliamo al padiglione principale, Facciamo un offerta al tempio e trascriviamo i nomi dei nostri cari (Papà, Claudio, Sandro, Giovanni, Lucia e Francesca) sulle cinque preghiere da legare sugli altari dei cinque Budda (est, ovest, nord, sud e centro) Meno male che c’è Hart che ci spiega, sennò niente preghiera.

Proseguiamo per i cortili e so già dove voglio andare a parare, la dove il caldo dell’altr’anno ci ha fermati: il sentiero lastricato che porta in cima alla montagna, dove c’è la fonte del fiume e la statua del drago.

Natural mystic blowing through the air.

Arranchiamo su per il sentiero, immersi nell’ipnotico ronzio delle cicale.

La pendenza, l’umidità che toglie il fiato, le cicale, il richiamo del bosco mi mandano in trance, il ginseng mi da la forza.

Un passo

Dopo

L’altro.

Arriviamo in cima al tempietto del drago, la fonte è quasi secca perché ha piovuto poco. C’è una fontana però, che manda pura e freschissima acqua. Il suono delle cicale qui ti sovrasta. Ho fatto tre quarti d’ora di sentiero di montagna, niente di chè direi, eppure sono contento come un bambino, soddisfatto come avessi scalato l’Everest, completo come le due metà.

E’ veramente un posto magico.

Il guardiano del tempietto ha fatto un piccolo orto.

Sull’altare scrostato ci sono le sue mercanzie e per pochi spiccioli si può comprare un dissetante cetriolo.

Adoro questo tipo di commistione, tra sacro e profano, mistico e pratico, un immagine veramente cinese, ma io cosa ne so in fondo?  

Scendiamo che si fa tardi, la strada è lunga e Guido ci Aspetta nel parcheggio.

Sulla strada di casa ci fermiamo a comprare il miele e le uova. Le uova sono uova, fresche e genuine ma pur sempre uova.

Il miele non è miele, è nettare degli dei. Ce lo fanno assaggiare.

Chiudo gli occhi e uno svarione di piacere mi assale, un bouquet di limone e menta e melissa mi si infila nelle narici.

Non sono un professionista del miele, non sono un esperto, ma è semplice capire che sta roba non è normale. Puoi tirarlo giù a golate (è quasi totalemte liquido) senza che gratti in gola, è paradisiaco.

Ne compriamo 12 kili senza battere ciglio. Totale spesa: 20 euro (195 Yuan) Hart se ne porta a Sidney una tanica, annalisa anche torna in Svizzera con la tanica, il resto lo spazzoleremo in reparto dolcificando i cuori e i sapori gli animi e gli amidi.

Guido Guido, quanto bene ti voglio…

In macchina chiedo ad Hart di Ringraziarlo da parte mia per l’idea del miele che è stato così carino. Emette dei suoni complicati e Hart mi traduce figurati, ormai siamo amici, non mi devi ringraziare.

Arriviamo in reparto, che l’ora di cena è passata da un pezzo, ma l’italian style impera: ce ne fottiamo tutti grazie ai microonde per scaldare il cibo e mangiamo ad un ora normale invece che alle 17.30. Hart deve restituire un Dvd al noleggio e comprare altro pesce secco per stasera (è perfetto con la birra). Lo accompagno e ne approfittiamo per farci una decina di spiedini atomici aperitivi alla bancarella dietro il supermercato.
postato da: flavioponzio alle ore 16:30 | link | commenti (1)
categorie:
giovedì, 06 luglio 2006

MAD(e) IN CHINA 5: RIASSUMENDO

 

Ni ha!! (ciao), affezionati lettori.

 

Internet ha fatto le bizze e altre vicissitudini sono intercorse negli ultimi giorni. Vedremo di riassumere quel che è accaduto:

 

Martedi 4 luglio: Il risveglio del dragone

 

Stamattina stavo scrivendo al computer quando una scossa di terremoto ha fatto tremare tutto, due secondi massimo, ma perfettamente percettibile. Mi sono girato verso mio padre, che mi sorrideva sornione.

Gli faccio, minkia il terremoto!             (epicentro 120 km sud di Pekino, zero danni in città)

L’ultimo terremoto che mi ricordi aveva fatto cadere le cose dalle mensole sopra il mio letto, spaventosa e prolungata. Era mattina e mi aveva svegliato e colto nel sonno. Ricordo papà che entra in vestaglia senza dire niente mi tira fuori dal letto mi mette sotto un braccio come un pacchetto e in due secondi siamo per le scale, dopo altri tre per strada, al sicuro.

Non mi può più acchiappare e mettere sotto l’ascella come un giornale, ma la sua calma e il sorriso serafico spiegano tutto.

 

Il dragone si è destato e ha fatto scuotere la terra.

 

Oggi è tornato l’appetito e il buon umore, papà mangia a quattro palmenti (sempre con la dovuta calma).

Sorride, ironizza, e cammina con le stampelle dando sfoggio di atletica prestanza.

In onore delle infermiere accenna anche un passo di danza…

-Sveglia il dragone-   questo è il giusto Karma.

 

Italiano per principianti: Caca, culo.

 

E’ arrivato il momento di raccontare dove hanno portato le lezioni di italiano di Marco, fin dove ci si può spingere nel grottesco esilarante mondo del West Hill Hospital…

Premessa numero 1: I cinesi imparano l’inglese, i cinesi imparano l’italiano, i cinesi imparano tutto a velocità inaudita, sentono una parola, la assorbono come aspirapolvere.

Premessa nunero 2: Qui abbiamo un arma non convenzionale: l’ironia. Parlata, scritta, sottocutanea, oculare. Internazionale.

 

Durante le italian lessons della mattina, le infermiere si fanno spiegare le cose che più gli stanno a cuore, ovvero come porre le domande di rito, del giro dei pazienti… come stai? Dolore? Febbre..

Una delle cose che monitorizzano con più rigore è il famoso e sempiterno BD, poi diventato BM (bow movement), insomma andare in bagno.

Hanno imparato la parola Cacca. Non chiedetemi come hanno fatto ha imparare culo, o se Marco ha qualche responsabilità in tal senso.

La scena classica ormai è l’infermiera cinese carina, minuta, educata, sorridente e professionale… entra in camera e mi porge delle pillole, this is for sleeping, this is for CACA.

Devo trattenermi per non ridere ogni volta.

Torna la sera, How many times CACA today? 

L’altro giorno alla festa nella sala comune, Francesca (La mamma di Roberto) ha fatto qualche timido (e miracoloso, terrei a sottolinearlo) passo aiutata dal figlio.

Dopo un meritato applauso dai presenti, si è vista partire di corsa un infermiera che prende una sedia, gliela sistema dietro e dice col massimo impegno: VIENI MAMA, METI CULO.

Vale la pena vivere per assistere a certi dialoghi. 

  

 

Mercoledi 5 luglio:  la sbornia consumistica di Electronic City.

 

Quest’oggi mi sveglio di buon ora, la gola secca e irritata mi ricorda che ho dormito tutta la notte con la tramontana dell’ air conditioning sul collo, come una maledizione, una fattura.

Una doccia mi aiuta a riprendere conoscenza, lo specchio impietoso sottolinea la totale assenza di melanina sul mio volto. Pigmenterò prima o poi, magari in Italia.

Forse ho esagerato col brandy cinese da 1,8 euro\litro del supermercato, non mi sento troppo in forma, poi penso che sto andando all’ospedale, e subito sono un fiore, questione di relatività.

Cammino per Badachulu e fruisco di tutto il piombo che c’è, adoro inalare a pieni polmoni pm10 e pm 2.5, rifletto sul fatto che quando sono nato, ero perfettamente biodegradabile: carne, sangue,qualche capello. 

Alla mia morte ci vorrà un cassonetto apposta per differenziarmi, dentro di me si stanno accumulando più metalli pesanti che sotto la superficie di marte.

Arrivo in ospedale che papà, in grande forma direi, è già nel pieno delle sue attività mattutine:

Prima infermiera: “How many CACA Yesterday?”

Seconda Infermiera: “Take temperature”

Terza infermiera: “Infusion” (che non è una tisana bensì la flebo)

Quarta infermiera: “take pression”

Dottore: visita mattutina

Massaggiatore

Agopuntura.

Una bella agenda direi… nel frattempo la mamma gli corre dietro brandendo il rasoio elettrico per sbarbarlo che  - sennò sembra un orso – il caffelatte e le pillole mattutine.

Appena ha un attimo di tempo può rilassarsi con un po’ di aerosol.

 

Nel pomeriggio organizziamo la gita sociale a Electronic City: un piccolo centro commerciale di 9 piani, su una superficie tipo 3 campi da calcio, dedicato all’ high tech. Alla cinese insomma, se fai una cosa, falla enorme.

Partiamo agguerriti: La formazione prevede:

Roberto l’informatico come punta d’attacco. Lui ci indicherà cosa comprare e cosa no.

Hart, il guastatore: lui è cinese residente in Australia, il nostro unico vero link linguistico tra noi e loro, se lui contratta al posto nostro, i prezzi magicamente crollano.    

Io Elena Monica e Annalisa, veterani di Silk Street, il posto dove ti fai le ossa a Pekino in fatto di shopping e di commessi acchiappaclienti spietati.

Special guests: due nuovi arrivi dell’ospedale: padre e figlio dal Qwait, gli unici che non patiscono il caldo di Pekino (ora in Qwait ci sono circa 53 gradi).

Entriamo e abbacinati ci muoviamo tra le bancarelle, storditi dalle offerte, dai colori e modelli…

C’è tutto. Proprio tutto. Il trip del consumer ti acceca, devi capire cosa veramente ti serve e cosa no, sennò compri qualunque cosa solo perché costa poco.

Dopo due ore usciamo frullati e con la testa dolorante, personalemente ho messo a segno dei gran colpi, come le penne usb da un giga a 15 euri, penna usb per il wireless a 15 euri, un amore di webcam per 5,5 euro…  e funziona tutto benissimo, con anche la garanzia internazionale e ricevuta,

che magia la globalizzazione, alimentiamo un po’ anche noi il marciume del sistema.

 

La sera dopo cena, epilogo esilarante nella stanzetta computer: incaricati dalle infermiere ci occupiamo di tradurre in italiano una nuova parte del menù dell’ospedale, che ha deciso di implementare le pietanze rivolgendosi nientemeno che a Pizza Hut (la catena trash americana, proprio lei…). Lubrifichiamo con svariate birre il meccanismo: Infermiera cinese che parla con Hart, Hart che traduce in inglese, noi traduciamo in italiano. Risultato, un telefono senza fili.

Riporto qui l’elenco demenziale delle pizze per farvi capire fin dove si può scendere:

1 Pizza de Luxe “Origus”, 2 Pizza “Spiaggia della Florida”, 3 Pizza al pollo, 4 Pizza Italiana..???, 5 Pizza del Capo (non il promontorio, the boss), 6 Pizza greca classica, 7 Pizza doppio gusto, 8 Pizza Ranch (contadina?), 9 Pizza occidentale, 10 Pizza degli innamorati, 11 Pizza Spiaggia Soleggiata, 12 Pizza vegetariana, 13 Pizza Indiana, 14 Pizza del cuore, 15 Pizza tradizionale, 16 Pizza Hawaiana, 17 Pizza a piacere….

Andiamo a dormire un po’ ciucchi. La città dorme, è tardi, in Italia è ora di cena.

 

Giovedi 6 luglio: Back to Badaling.

 

Ci si sveglia con una strana sensazione addosso… c’è qualcosa di strano.

Usciamo dall’albergo e capiamo. C’è un po’ di vento, deve aver soffiato nella notte un po’ di carità per i nostri polmoncini. Riusciamo a vedere le colline intorno a Badachu.

(in realtà Badachu di per se significa: “Colline profumate” nome assegnatogli in un tempo in cui tutto questo non era altro che prato, fiori e templi buddisti…) 

Si decide di partire alla volta della grande muraglia, a Badaling.

Chiamiamo Guido e alle due nel dopo pranzo siamo proiettati sulla quinta tangenziale direzione nord.

Sembra un sogno, appena usciti dallo sterminato hinterland di Pekino siamo nelle verdi montagne che salgono ripide verso il cielo. Teleferica e siamo a quota 1000, profumo di fiori, cinesi ovunque sulla muraglia che si fanno fare le foto con noi come fossimo stars…

Camminiamo e arrampichiamo sulle ripidissime scale… gran giornata di sole e cielo blu. Sembra Bardonecchia, sembra vacanza.

Sono stanco, se trovo un sito gratis metto le foto online.

Buonanotte a tutti.

 

postato da: flavioponzio alle ore 15:25 | link | commenti (7)
categorie:
lunedì, 03 luglio 2006

MAD(e) IN CHINA 4: Party time :))

 

Venerdì pomeriggio nella sala comune c’è stato il monthly party: ovvero una delle mega feste organizzate periodicamente dall’ospedale. Con tutta l’equipe, da Huang in persona ai medici, paramedici, infermiere, inservienti e persino l’autista del reparto, insieme a malati e familiari. Special guest: le croniste della BBC che, vi assicuro, si ricorderanno della cosa per un bel pezzo. Molti di noi alla festa non mangiano con facilità. Alcuni stanno scomodi persino seduti. Siamo tutti uguali. Tutti vogliosi di esserci. C’è un casino pazzesco per essere in un ospedale, il tavolo è imbandito di ogni ben di budda. I medici e le infermiere danno il buon esempio trangugiando quantità spropositate di cibo. Si mischiano gli idiomi e ci sono anche dei nuovi arrivati: un signore della Florida e sua moglie. (Di questi però l’inglese lo si riesce a decriptare, saranno inglesi sotto sotto??)

 

Sabato: inizia la festa per gli 85 Anni del partito comunista: fuochi d’artificio a manetta e a oltranza (non hanno ancora smesso)

 

Sempre sabato, tra un botto e l’altro, giorno di operazioni. Sotto i ferri i tre moschettieri (papà Claudio Sandro) e la mamma di Hart. (diciamo pure che gli fanno la festa…)

 

Domenica: festa a sorpresa per il compleanno di Marco (il ragazzo di Rimini che accompagna i suoceri in Cina). Io e Roberto il giorno prima in missione speciale per ordinare una torta al cioccolato con su scritto “Buon compleanno Marco”.

-Sai che gran missione…- direte voi. Provate a farlo a Pekino con commesse di pasticceria che non capiscono nemmeno la parola “kake” e scoppiano a ridere a ogni gesto che proponi in sostituzione delle parole. Siamo persino riusciti a spiegargli che volevamo le candeline e che doveva essere pronta per le 11.00 del mattino successivo. Geniale.

 

Insomma,

festa qui e festa là, Il Brasile se ne va… L’Italia resta e si vedrà. (La paura della galera sta tirando fuori il meglio da Lippi Buffon Cannavaro e gli altri pregiudicati…)

 

Oggi vinco il primo premio mondiale per il surrealismo:

Sono le undici di sera. Sono A Pekino, in uno sperduto quartiere di Periferia. Seduto da solo ad un tavolo all’aperto in un assurdo villaggio vacanze per zoticoni cinesi di provincia con laghetto finto, isolette artificiali e ristorante barbecue. Intorno a me una nuvola di camerieri e cameriere senza un briciolo di vergogna che mi girano intorno divertiti per guardarmi scrivere sul portatile mentre sorseggio una birra tiepida e rifletto se prendere un paio di spiedini atomici che ustionano e cauterizzano dal cavo orale fino al retto (so che è un immagine schifosa ma rende l’idea no?) 

Se sollevo gli occhi dal computer in un qualunque momento a caso li posso vedere che mi guardano e se incrocio lo sguardo con loro, si pisciano addosso dalle risate. Dovrei esserci abituato dopo la gente che saluta dalle machine in corsa mentre cammino per strada, quelli che invertono marcia solo per potermi passare vicino e scrutarmi meglio, gli operai che smettono di lavorare per fissare un ragazzo bianco, alto e magro quanto loro che cammina per le loro vie. Gli inservienti del supermercato che studiano quali prodotti mi piacciono di più, manco fossero degli addetti al marketing o degli antropologi ricercatori-ficcanaso. Ecco come si deve sentire un cantante famoso o un attore, con l’unica differenza che non sono una star, in Italia non mi caga nessuno, neanche a voler fare lo stravagante.

Non c’è gesto che faccia che non venga notato. Sto imparando a fottermene.

Proprio ora c’ho il cameriere smilzo dietro le spalle che mi guarda scrivere, curioso come una scimmia. Mi giro…

Gli sorrido, scoppia a ridere e va via. Ma vi pare che si possa fare così?

 

Pekino Pekino… mangerei uno spiedino.

 

 

Nota:  dal punto di vista ospedaliero i nostri (Papà, Claudio & Sandro e la mamma di Hart) sono ok, da domani inizia il cocktail riabilitativo: agopuntura + fisioterapia + massaggi + doctor Pain (chiropratico, sciamano scruta-anima e misticista con spirito di gatto). Senza contare le mitiche erbette cinesi… 

 

Nota 2 (il giorno dopo) Oggi, lunedì, uscendo dall’albergo fresco di doccia e rasatura, vengo investito da una nube di vapore malsano… al secondo giorno senza pioggia, il caldo è tornato alle stelle. I quindici minuti a piedi per arrivare all’ospedale mi trasformano in una maschera di schifo sudato e agonizzante. Ecco la Pekino che conoscevo, ora mi sento casa.

postato da: flavioponzio alle ore 06:21 | link | commenti (7)
categorie:
sabato, 01 luglio 2006

MAD(e) IN CHINA 3: C'e' da spostare una cellula....

Come diceva Francesco Salvi,
C'E' DA SPOSTARE UNA CELLULA  (Questa cellula qua devi metterla la'...)
 
Pekino, 1 luglio 2006 -
Temperatura: dai 18 ai 36 nella stessa giornata
umidita': 100-130 % 
precipitazioni e clima: mix di tropical, Katrina style & monsone vietkong
Condizioni dell'aria: dopo tutta questa pioggia c'e' ancora odore di inceneritore (scusate, termovalorizzatore) e fogna di Calcutta.
visibilita': 100 metri se dotati di intuito
 
Come amo Pekino col suo odor di motorino....
 
Buondi', voi che dormite caldi e sudaticci sogni in quel dell'Italia, noi qua che si doveva schiattare di caldo, ci copriamo di muschio e reumi dalla pioggia che vien giu'.
Poco male, meglio del forno al gusto di ascella fritta dell'altr'anno.  
 
Oggi all'ospedale e' giorno di operazioni.
Dopo una notte insonne per tutti quelli che non avevano da farsi bucare la testa (forza azzurri....)
eccoci al momento X.
 
Oggi alle 10.30 (ora cinese) Mio padre va sotto i ferri del Buon Huang.
Ieri pomeriggio per lui, Claudio e Sandro, un bel giro dal coiffeur per una rapata a boccia di biliardo.
Erbette cinesi per dormire alla grande (scopriremo la ricetta, non preoccupatevi, drogati!!!)
Niente colazione, un po' di nervosismo malcelato in tutti noi, e....
E' il momento. 
 
Quando leggete questa mail-post spendete un pensierino ,
 
che Budda,
Shiva
e i precetti del taoismo
e la saggezza del confucianesimo
e un po' di sano culo all'occidentale
guidino la paffuta mano di Huang nel trapanare il testone di papa' e dei suoi compagni di s-ventura. 
 
Un po cinesi lo sono gia', oggi lo saranno di piu' perche' c'e' da spostare una cellula....
 
anzi circa 2 milioni (se ricordo bene) con due sprizze nei punti giusti. 
 
Un doveroso saluto globale-internazionale mi tocca farlo anche quest'anno:
 
in tutto il mondo
 
ai bacchettoni conservatori,
al vaticano (mi viene la nausea solo a scrivere questa parola),
alla destra armaiola petroliera e farmaceutica di Bush e amichetti e all'equivalente europeo di sti loschi figuri  
ai neurologi che chiamano questa cosa "viaggi della speranza" come fa la volpe con l'uva,
ai tanti altri ameni personaggi che rientrano nella categoria dei "non ammalati" e sono pronti a dire la loro invece di tapparsi il cesso che hanno tra il naso e il mento.
 
vi mostro il terzo dito.    
 
Mio padre e' entrato ora ora nella fossa dei leoni.
Qui si fa la storia. qui si lotta e si spera e si stringe il dente
tutto il resto e' filosofia e a noi ora non interessa.
 
Tutto intorno all'ospedale sentiamo i botti dei fuochi d'artificio, deve esserci qualche festa nazionale cinese
E' un giorno strano
c'e' una strana luce. 
 
che i vostri pensieri siano di buon auspicio.
--- ATTENZIONE---
L'operazione è finita. è andata bene. qui di seguito riporto i dati tecnici scritti da Elena come informazione per chi e ha bisogno: 
 
Carissimi, ecco qua le ultime notizie...cercherò di essere ben precisa come richiestomi da tante persone...e con il piacere di condividere anche questi aspetti.
Papà ieri sera ha fatto una flebo di antibiotici preventivi data la sua ossigenzazione (intorno al 92-93%). Questa mattina altra flebo di fattori neuroprotettivi (è la terza, una al giorno) e altra di antibiotici da proseguire dopo l'intervento. Poi ha messo il pigiamino dell'ospedale (che completa il look modello concentramento, insieme alla rapatura radical chic), due fiale per bocca di erbette cinesi per il relax (???) e armato di ventilatore (e ossigeno per sicurezza) è partito alle 11.00 ora pechinese per la sala operatoria...
Nel frattempo è stata ripulita a fondo la stanza e poi evacuata per piazzarci una lampada a UVA per steilizzare o qualcosa del genere...
Nemmeno un'ora dopo sono comparsi nell'ordine: un chirurgo cinese travestito da puffo cuoco (completino blu integrale con copricapo alto 30 cm dello stesso colore e occhialazzi idem), e papà in carrozzina, flebo e infemiera (blu) al seguito, con un bellissimo cappellino da baseball ovviamente blu...!!! Qualcuno deve aver detto ai medici che il ritorno dei propri cari con due antenne piazzate in testa e una spennellata gialla sulla cocuzza è un po' scioccante!!!
Comunque , per venire al sodo, operazione "very good", papà "Ok" nessun dolore (contrariamente all'anno scorso), l'hanno operato come richiesto a causa delle difficoltà respiratorie seduto in carrozzina con un sostegno dietro la testa e con il ventilatore acceso. Ora sta bene, è a letto, deve restare sdraiato per almeno tre ore fermo e riposare. Gli hanno piazzato di nuovo la flebo di antibiotici, un monitor cardiaco e respiratorio, ventilatore e ossigeno.  Tra 48 ore inizierà a prendere delle compresse di un farmaco non ancora identificato che dovrebbe agire come immunosoppressore per favorire la sopravvivenza delle cellule impiantate. Questo tipo di trattamento però viene fatto solo alle persone che sono al secondo intervento.
Ecco questo per ora è tutto, papà saluta e assicura di sentirsi bene....
Noi continuiamo a incrociare le dita.
A presto, un grande abbraccio.
Elena (&C)
postato da: flavioponzio alle ore 04:15 | link | commenti (1)
categorie: